“Il Qatar non è un Paese nemico e sono in molti ad elogiarlo”. Stavolta non è stato l’inviato statunitense per il Medio Oriente, Steven Witkoff a dirlo e nemmeno qualche esponente dei Fratelli Musulmani o della nuova leadership siriana, bensì il Primo Ministro israeliano, Benjamin Netanyahu il quale ha aggiunto “E’ un Paese complesso, non è un Paese semplice”, come riportato dal Times of Israel.
Netanyahu ha poi accusato l’opposizione di ipocrisia per aver denunciato il presunto lavoro retribuito, di pubbliche relazioni, dei suoi collaboratori per il Qatar, Paese ampiamente condannato in Israele per il sostegno a Hamas.
Due assistenti di Netanyahu, Jonatan Urich ed Eli Feldstein, sono infatti sospettati di aver ricevuto denaro per diffondere sui media contenuti a favore del Qatar al fine di rafforzare l’immagine dello stato del Golfo come mediatore nei colloqui tra Israele e Hamas, il tutto mentre erano al servizio del primo ministro israeliano. I due soggetti coinvolti sono sospettati di contatti con agente straniero, riciclaggio di denaro, corruzione, frode e abuso d’ufficio.
Le recenti dichiarazioni di Netanyahu sollevano non poche perplessità considerato che in passato l’attuale primo ministro ha più volte dichiarato pubblicamente che il Qatar finanzia Hamas, criticando la presenza stabile dei leader dell’organizzazione terrorista palestinese a Doha. Lo scorso anno Israele ha anche bandito l’emittente Al Jazeera, finanziata dal Qatar, in quanto minaccia alla sicurezza nazionale.
E’ chiaro che a questo punto qualcosa non torna. Dal 2007, il Qatar ha immesso nella Striscia circa 1,8 miliardi di dollari e, nel 2021, Doha ha promesso 360 milioni di dollari di sostegno annuale a Gaza, come riportato dalla Foundation for Defense of Democracies. Soldi che in gran parte sono finiti nelle tasche di Hamas.
Sostenendo Hamas, il Qatar ha cercato di consolidare la propria egemonia nel mondo arabo-islamico dove l’organizzazione terrorista palestinese viene vista come “movimento di resistenza”, aiutandolo a legittimarsi sul piano politico ed anche su quello mediatico tramite l’emittente televisiva al-Jazeera.
Il Qatar ha inoltre favorito nel tempo l’attività di gruppi terroristi che destabilizzano la regione e minacciano la sicurezza israeliana.
Nel luglio del 2020, un contractor privato che lavorava per i servizi di sicurezza tedeschi ha rivelato al settimanale tedesco Die Zeit che Doha stava finanziando Hezbollah. Secondo quanto emerso, l’appaltatore si è imbattuto in un presunto affare di armi gestito da una società in Qatar diretto a Hezbollah:
“A Doha, G. si è imbattuto in alcune informazioni poco gradevoli. C’era un presunto commercio di armi con munizioni da guerra dall’Europa orientale che avrebbe dovuto essere gestito da una società in Qatar. Da Doha partivano presunti flussi di denaro verso Hezbollah, flussi provenienti da esiliati libanesi e ricchi qatarioti, tutti situati a Doha, Doha a Hezbollah…Si dice che le donazioni siano state elaborate con la conoscenza di influenti funzionari governativi tramite un’organizzazione di beneficenza a Doha”.
Inoltre, Die Zeit ha anche riferito che il Qatar ha offerto all’appaltatore 750.000 € in cambio del silenzio sul finanziamento del Qatar a Hezbollah; l’offerta sarebbe stata fatta tramite l’ambasciatore del Qatar in Belgio Abdulrahman bin Mohammed Sulaiman al-Khulaifi.
Nel febbraio 2018, in un report per il governo britannico riguardante la crisi diplomatica tra il Qatar e i suoi vicini del Golfo, lo specialista d’intelligence, Steven Merley, aveva evidenziato il ruolo di Doha nel sostegno finanziario ai gruppi jihadisti in Siria come l’ex Jabhat al-Nusra (all’epoca ramo siriano di al-Qaeda) e la “Army of Conquest Coalition“. Merley ha anche indicato che il Qatar aveva una storia di pagamento o aiuto nel facilitare i pagamenti di riscatto ad Al-Nusra, concludendo il rapporto con una chiara raccomandazione: “Il Regno Unito dovrebbe esercitare la massima pressione sul governo del Qatar affinché cessi qualsiasi sostegno al terrorismo islamista”.
Nel 2017, Bahrein, Arabia Saudita, Egitto ed Emirati Arabi Uniti imposero un embargo al Qatar e interruppero i rapporti diplomatici, chiedendo a Doha la chiusura di al-Jazeera e la fine del sostegno ai Fratelli Musulmani, entrambi utilizzati dal Qatar per attività e propaganda sovversiva in buona parte del mondo arabo.
Questi sono soltanto alcuni elementi ma la questione è ben più ampia e si potrebbero citare molti altri esempi di sostegno al terrorismo e all’estremismo islamista da parte di Doha.
Come se non bastasse, il Qatar è oramai notoriamente dietro all’espansione dei Fratelli Musulmani in Occidente, con un meccanismo egemonico sulla diaspora musulmana tramite il controllo dei centri islamici e con l’obiettivo di influenzare le politiche europee nei confronti dei musulmani e la politica estera. Il tutto ampiamente documentato nel libro “Qatar Papers” di Chesnot e Malbrunot, dove vengono esposti anche i flussi di denaro.
Attenzione, perché è proprio in questi ambiti islamisti europei che sta dilagando in maniera preoccupante l’antisemitismo, in particolare dopo il massacro del 7 ottobre 2023. Proprio pochi giorni fa il premier Netanyahu, durante la conferenza internazionale contro l’antisemitismo tenutasi in Israele, ha evidenziato il problema, affermando che l’antisemitismo sta crescendo nelle capitali europee, nella stampa occidentale, nsuii social media e nelle università d’élite degli Stati Uniti, auspicandone il contrasto. Peccato che molto di quell’antisemitismo è fomentato proprio in quelle comunità islamiche sostenute con i soldi del Qatar.
Viste le ben note attività del Qatar, incluso il supporto a un’organizzazione terrorista come Hamas, che ha perpetrato il più grande pogrom dai tempi della Shoah nei confronti degli ebrei, è veramente incomprensibile come Netanyahu possa affermare che non si tratti di un Paese “ostile”. Nel frattempo, Hamas non è ancora stata sradicata da Gaza e non sono chiare le ragioni di tale procrastinare. Una cosa però è certa, si tratta di una eventualità che non farebbe certo piacere al Qatar, attore che non avrebbe mai fin dal principio dovuto svolgere il ruolo di “mediatore” visto il rapporto che ha con Hamas.
